

Taci, anima mia. Sono questi i tristi
giorni in cui senza volontà si vive,
i giorni dell’attesa disperata.
Come l’albero ignudo a mezzo inverno
che s’attrista nella deserta corte
io non credo di mettere più foglie
e dubito d’averle messe mai.
Andando per la strada così solo
tra la gente che m’urta e non mi vede
mi pare d’essere da me stesso assente.
E m’accalco ad udire dov’è ressa
sosto dalle vetrine abbarbagliato
e mi volto al frusciare di ogni gonna.
Per la voce d’un cantastorie cieco
per l’improvviso lampo d’una nuca
mi sgocciolan dagli occhi sciocche lacrime
mi si accendono negli occhi cupidigie.
Ché tutta la mia vita è nei miei occhi:
ogni cosa che passa la commuove
come debole vento un’acqua morta.
Io son come uno specchio rassegnato
che riflette ogni cosa per la via.
In me stesso non guardo perché nulla
vi troverei…
E, venuta la sera, nel mio letto
mi stendo lungo come in una bara.
Camillo Sbarbaro, poeta (1888-1967)
da Pianissimo (1914 e 1954)
Sopra le nuvole c’è il sereno
Ma il nostro amore
Non appartiene al cielo
Noi siamo qui
Tra le cose di tutti i giorni
Di giorni e giorni grigi
Aria di neve sul tuo viso
Le mie parole
Sono parole amare
Senza motivo
Prima o poi tra le nostre mani
Più niente resterà
È una vita impossibile
Questa vita insieme a te
Tu non ridi non piangi
Non parli più
E non sai dirmi perché
Lungo la strada del nostro amore
Ho già inventato
Mille parole nuove
Per i tuoi occhi
Più di mille canzoni nuove
Che tu non canti mai
Sergio Endrigo, cantautore (1933-2005)
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Sassi che il mare ha consumato,
sono le mie parole
d'amore per te.
Io non ti ho saputo amare,
non ti ho saputo dare
quel che volevi da me.
Ogni parola... che ci diciamo
è stata detta mille volte,
ogni attimo... che noi viviamo
è stato vissuto mille volte.
Sassi che il mare... ha consumato,
sono le mie parole
d'amore... per te.
Gino Paoli, cantautore (1934)
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Se i pavimenti odorano di ragia
se splende in ordine la sua povera casa
se respira nei fiori
se gli salta in collo il più chiaro bambino
se riposa
la gota fresca di bagno contro la sua mascella dura
forse m’incoronerà di uno sguardo
forse scioglierà in un sorriso la sua cura.
Ma chi conosce il suo pensiero
forse il suo desiderio si è già allontanato.
*
Voltati e ricevi la casa dell’amore
tutta ricordi di anima che quando li abbiamo portati
nelle stanze vuote si sente battere il nostro cuore.
Per una amara parola che ci hai lasciato stamani
tutt’oggi mi son seduta.
Ma ci nega uno sguardo la sera
ma anche questa giornata è perduta.
*
Se non si dimentica, se non si consola
se non si rasserena
se la sua carezza è mancata
se non confida la sua pena
allora questa casa è sbagliata
allora la vecchia fede è vilipesa.
Sei un uomo e forse volevi una donna di gioia
non una fedeltà, ma una sorpresa.
O se non mi avessi sposata!
almeno sarebbe durato l’amore
un poco per giorno te l’avrei misurato.
Ma chi conosce il suo pensiero
il suo desiderio si è allontanato.
*
Mi sono aperta troppo, mi sono sfogliata
son brutta e non ho più nulla da dare;
nessuno mi ha insegnato a vestire
e perché mi levavano i fiocchi quand’ero piccina.
Allora la vecchia fede mi ha ingannata
Allora non gli son più vicina.
Sei brutta e hai perso il suo pensiero
il suo desiderio si è allontanato.
*
Ma dicevi che è bello il viso più usato
dolce carezza la mano operosa:
ora ti aspetta la mano ruvida
ora ti aspetta il viso scavato
ora, finita la donna
ti aspetta la tua sposa.
*
Ritorna, te che sei stato il mio fidanzato
quando camminavamo sulle cime
la strada d’oro che solo insieme possiamo scoprire.
Quel che ti manca in me l’amore te lo fa mancare.
Amami e sono vergine ancora
tanto bene nuovo ti debbo ancora dare.
Ma solo cose assenti lo fanno amare
cose invisibili lo fanno soffrire
non per me che son sempre uguale
io che sono tanto noiosa, vero
allora se fossi lontana
allora se potessi morire
ma chi conosce il suo pensiero…
Piero Jahier, poeta (1884-1966)
(da Le fiale 1903)
O mani pure, mani delle suore
esperte alle matasse dei rosari,
vecchie mani di rigido fervore
simili a quelle dentro ai reliquari!
O mani impure, mani di signore
esperte a tutti gli atti voluttuari,
mani carnose come gigli in fiore
nelle alluminature* dei breviari!
Tutte le mani. Mani sapienti
di cortigiane o d’avvelenatrici,
mani avvezze a palpare i bei scarlatti.
Mani d’eroi, di martiri pazienti
mani di triadi** e d’imperatrici!...
E le vedove mani dei ritratti!
[* miniature ** latinismo per lesbiche]
Corrado Govoni, poeta (1884- 1965)
canzone di Mina del 1962
Bastava sol che mi sfiorassi tu
Per sentir vibrar tutto in me
Forse svanirà la tua immagine
Ma non scorderò le tue mani
Le rivedo che m'accarezzano
Quelle tue adorabili mani
Se ripenso penso a te provo un palpito
Che mi fa tremar come allora
Nasce ancora in me dolce un brivido
Al ricordo delle tue mani
Sapevi consolarmi nel dolor
Accarezzandomi con amor
Bastava sol che mi sfiorassi tu
Per sentir vibrar tutto in me
Ma non ci sei più, vivo ancor di te
Al ricordo delle tue mani
Forse svanirà la tua immagine
Ma non scorderò le tue mani
testo di Michelino Rizza (M.Montano), musica di Pino Spotti
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Di là dal ponte della ferrovia
una traversa di viale Ripamonti
c’è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina.
IL ponte sta lì buone e sotto passano
treni carri vagoni feenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina
-----Chi c’è nato vicono a questi posti
-----non gli passa neppure per la mente
-----come è utile averci una abitudine
------------Le abitudini si fanno con la pelle
------------così tutti ce l’hanno se hanno pelle
Ma c’è il momento che l’abitudine non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
--------------------------------------o fa contatto
---------------------------------------------- o prende la tangente
allora la burrasca
---------------------------periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso,
---------------------------------------------------spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto
---------------Solo pudore no è che la fa andare
---------------fuggitiva nei boschi di cemento
---------------o il contagio spinoso della mano.
------------------------------------------------1954-57
Elio Pagliarani, poeta (1927)
Questa è la storia
di uno di noi,
anche lui nato per caso in via Gluck,
in una casa, fuori città,
gente tranquilla, che lavorava.
Là dove c'era l'erba ora c'è
una città,
e quella casa
in mezzo al verde ormai,
Vai finalmente a stare in città.
Là troverai le cose che non hai avuto qui,
potrai lavarti in casa senza andar
giù nel cortile!
Mio caro amico, disse,
qui sono nato,
in questa strada
ora lascio il mio cuore.
Ma come fai a non capire,
è una fortuna, per voi che restate
a piedi nudi a giocare nei prati,
mentre là in centro respiro il cemento.
Ma verrà un giorno che ritornerò
ancora qui
e sentirò l'amico treno
che fischia così,
"wa wa"!
Passano gli anni,
ma otto son lunghi,
però quel ragazzo ne ha fatta di strada,
ma non si scorda la sua prima casa,
ora coi soldi lui può
dove sarà?
Questo ragazzo della via Gluck,
si divertiva a giocare con me,
ma un giorno disse,
vado in città,
e lo diceva mentre piangeva,
io gli domando amico,
non sei contento?
comperarla
torna e non trova gli amici che aveva,
solo case su case,
catrame e cemento.
Là dove c'era l'erba ora c'è
una città,
e quella casa in mezzo al verde ormai
dove sarà.
Ehi, Ehi,
La la la... la la la la la...
Eh no,
non so, non so perché,
perché continuano
a costruire, le case
e non lasciano l'erba
non lasciano l'erba
non lasciano l'erba
non lasciano l'erba
Eh no,
se andiamo avanti così, chissà
come si farà,
chissà...
canzone di Adriano Celentano del 1966
1976
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Questa è la storia di un ragazzo che abitava in una strada di
periferia e, in fondo in fondo, un po' assomiglia al ragazzo di
via Gluck, anche se i suoi problemi sono un po' diversi.
Era un ragazzo un po' come tanti che lavorava, tirava avanti
ed aspettava senza pretese il suo stipendio a fine mese
la madre a carico, in due locali, mobili usati, presi a cambiali
in un palazzo un po' malandato servizi di corte, fitto bloccato
Ma quella casa ma quella casa ora non c'è più
Ma quella casa ma quella casa l'han buttata giù
Morta la madre, rimasto solo, pensa alle nozze e alla morosa
che già prepara il velo da sposa ed il corredo per la sua casa
per quella casa, fitto bloccato, tre lire al mese, spese comprese
lui la guardava tutto contento ed aspirava l'odor di cemento
Ma quella casa ma quella casa ora non c'è più
Ma quella casa ma quella casa l'han buttata giù
Già tutto è pronto, le pubblicazioni il rito in chiesa e i testimoni
quand'ecco arriva un tipo astratto con barba e baffi e avviso
di sfratto e quel palazzo un po' malandato va demolito per farci un prato
il nostro amico la casa perde per una legge del piano verde
Ma quella casa ma quella casa ora non c'è più
Ma quella casa ma quella casa l'han buttata giù
Persa la casa, fitto bloccato, la sua morosa l'ha abbandonato
l'amore è bello ma non è tutto e per sposarsi occorre un letto
Ora quel prato è frequentato da qualche cane e qualche coppietta
e lui ripensa con grande rimpianto a quella casa che amava tanto
Ma quella casa ma quella casa ora non c'è più
Ma quella casa ma quella casa l'han buttata giù
E' ora di finirla di buttar giù le case per fare i prati. Cosa ci
interessano a noi i prati? Guarda quello lì: doveva sposarsi, gli
han buttato giù la casa e non puo' più sposarsi. Roba da matti!
Io non capisco perché non buttano giù i palazzoni del centro: quelli
sì che disturbano! Mica le case di periferia! Mah, i soliti
problemi! Qui non si capisce mai niente.
canzone di Giorgio Gaber del 1966
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